Due uomini, Ben e Gus, attendono in un seminterrato. Sono vestiti da camerieri. Non sanno quando arriverà il momento di agire e non conoscono fino in fondo il meccanismo del quale fanno parte. Nell'attesa parlano, discutono, si provocano, leggono il giornale, cercano di prepararsi un tè. Gesti ordinari, piccole ossessioni, silenzi.
Poi il calapranzi comincia a muoversi.
Dall'alto arrivano improbabili ordinazioni: piatti sempre più elaborati che i due uomini non sono in grado di preparare. Quella che inizialmente sembra una situazione quasi comica e paradossale si trasforma progressivamente in qualcosa di più inquietante.
Il lavoro di Silvia Lorusso Del Linz nasce dalla volontà di incontrare il testo pinteriano attraverso una forma scenica agile, capace di conservarne l'assurdo, l'ironia e la tensione, rendendone al tempo stesso immediata la fruizione nel contesto contemporaneo della lettura scenica.
L'adattamento non cerca di spiegare Pinter, ma di concentrarne il meccanismo teatrale.
Il testo viene così attraversato da un lavoro di riduzione e ricomposizione che interviene soprattutto sulle reiterazioni e sulla scansione delle situazioni, privilegiando un ritmo più serrato e una progressione drammaturgica chiaramente percepibile: l'attesa, le ordinazioni, le istruzioni, il sospetto, fino al precipitare degli eventi. La comicità dei dialoghi e delle situazioni viene mantenuta e valorizzata proprio perché possa convivere con ciò che lentamente affiora sotto di essa: l'inquietudine. Ne nasce una trasposizione pensata per accompagnare anche lo spettatore che incontra Pinter per la prima volta, senza rinunciare all'ambiguità e al senso di minaccia che appartengono al suo universo.
La regia prosegue nella stessa direzione scegliendo un dispositivo scenico volutamente essenziale.
Due leggii, due sgabelli, un portavivande, scatoloni, tovaglie da ristorante, un giornale e poche finte vivande compongono lo spazio nel quale si muovono Ben e Gus.
Non una messinscena tradizionale, dunque, ma una lettura scenica nella quale gli attori possono progressivamente allontanarsi dalla semplice lettura attraverso gesti, azioni, sguardi e relazioni con gli oggetti. La parola rimane al centro, ma intorno alla parola agiscono ritmo, pause, silenzi, suoni e piccoli accadimenti scenici.
Il quotidiano diventa comico; il comico diventa assurdo; quasi senza che lo spettatore se ne accorga, l'assurdo comincia a generare inquietudine. Anche il calapranzi, semplice oggetto destinato a trasportare vivande, finisce così per assumere una presenza sempre più forte: è il tramite attraverso il quale giungono ordini incomprensibili, la manifestazione concreta di un potere che non si vede ma che determina le azioni dei due protagonisti. Al centro rimangono Ben e Gus, due uomini che aspettano, eseguono e obbediscono, convinti di conoscere le regole del proprio mestiere senza conoscere realmente il disegno del quale fanno parte.
Ed è forse proprio qui che l'assurdo di Pinter continua a parlarci con straordinaria contemporaneità: che cosa accade quando obbediamo a un meccanismo del quale conosciamo le regole, ma non comprendiamo più il senso?